C'era una volta
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Il Barocciaio  

 
Al Fetonte d'un gran carro di fieno un dý cadde il baroccio in una forra. Intorno non v'Ŕ gente che il soccorra e il luogo Ŕ un non ameno deserto in mezzo ad una prateria nella bassa provincia di Pavia. Si dice che il destino in quelle parti manda chi non ha sul suo libro prediletto. Ti scampi Iddio da quella brutta landa!

Tornando ancora al mio Fetonte, io dico, che caduto in quel fango che l'impegola, grida, bestemmia, batte senza regola, or fa forza alle rote ed ora al carro, e fatto quasi ossesso, picchia i muli, la terra e fin se stesso quel carrettier bizzarro.

Finalmente egli invoca il dio famoso, noto al mondo per tante ardue fatiche eseguite nel tempo favoloso. - Ercole, - grida, - aiutami, se puoi, trammi da questo fondo, se Ŕ ver che in braccio hai sollevato il mondo -.

Intanto voce fu per lui udita, che da una folta nuvola diceva: - Ercole vuol che l'uomo che l'invita muova le braccia anch'esso per il primo. Guarda dunque ove prima sia l'intoppo, togli i ciottoli e il fango che v'Ŕ troppo presso le ruote, e da' forza alla leva. Animo, spiana qua, togli di lÓ, aiutati che il Ciel ti aiuterÓ.

- Hai tu fatto? - Ecco fatto, Ercole santo. - Or sono a te, prendi la frusta in mano. - Ecco la frusta, oh vedi, caso strano! Che Ŕ ci˛? il mio carro, o Dio, corre da sÚ... Deo gratias! Grazie a te.

- Se il tuo baroccio va, - rispose ancor la voce dalla nuvola, - la forza Ŕ nel proverbio: aiutati che il Ciel t'aiuterÓ.